Categoria: Desideri

La relazione come non se ne parla mai!!

Ci perdiamo a parlare delle relazioni ponendo l’accento alle modalità che l’altro ha nei nostri confronti, a ciò che sentiamo rispetto a quello che riceviamo, a ciò che noi facciamo per l’altro e a quanto l’altro ci rimanda di ciò che ha ricevuto da noi.

Ci mettiamo nella condizione di confrontare l’altro con noi e la nostra valutazione si fonda sugli atti, gesti, azioni che reciprocamente mettiamo in atto e sul loro esito. In questo modo non possiamo che dare giudizi.
Pensate alle discussioni tra le persone!
Sono sempre basate su queste valutazioni per poter giudicare una relazione appagante o non appagante.
Ma la relazione è ciò che si crea tra me e l’altro, in quello spazio vuoto, che vuoto non è!

Mi piace pensare alla relazione come l’azione di costruzione di ponti tra le persone, ponti in cui ciascuno porta all’altro qualcosa di sé e riceve. E più si costruiscono ponti e più c’è la possibilità di creare  qualcosa di unico, in quello spazio vuoto: un’immagine che è intreccio, è legame, scambio che genera dialogo, cambiamento di prospettive, azioni, progetti.

L’attenzione in questo caso è posta sulla capacità generatrice. Ci possono essere relazioni più generative e altre meno, ci possono essere relazioni generatrici in alcuni campi specifici ma non in tutto e ci sono relazioni generative per eccellenza, con la capacità di costruire costantemente ponti in cui qualsiasi difficoltà, fragilità, fatica è occasione per un nuovo ponte, un nuovo scambio, nuove connessioni. 

In quello spazio vuoto non c’è un confronto duale tra me e l’altro. L’altro è parte di me e io sono parte dell’altro, solo così c’è vera esperienza di relazione. 
Alcuni autori-ricercatori parlano di co-dipendenza.
Noi siamo Esseri interconnessi con gli altri, siamo Esseri sociali e pur nella nostra autonomia abbiamo la necessità, nella nostra esperienza di vita, di crescere nella conoscenza e di avere l’opportunità di cambiare, questo avviene grazie alla relazione con gli altri. La consapevolezza della co-dipendenza a creare relazioni evolutive in cui si mantiene costantemente uno sguardo interno, a se stessi, uno sguardo all’altro, senza confronto, con l’attenzione sulla capacità generativa che si sviluppa.

Proviamo a tradurre in pratica quanto detto. Pensa ad una telefonata oppure a un abbraccio. Puoi valutare se sono proprio come te li eri immaginati, se l’altro coglie ciò che vuoi trasmettere, se stai ricevendo ciò che desideravi. Sei nel confronto, queste valutazioni sono legate ad aspettative e bisogni. Uscire da questa dinamica vuol dire entrare “nello scambio telefonico” o “nello scambio dell’abbraccio”, senti ciò che stanno generando, senti il cambiamento che producono in te, senti il potenziale di ciò che stai vivendo.
Solo così avrai gli elementi per scegliere al meglio. 

Orientarsi nella vita!

Quante volte ci sentiamo in balia degli eventi e sentiamo il bisogno di orientarci. Ma spesso non ci sono punti di riferimento e tutto è confuso.

Il punto di partenza è sempre il presente, in cui è necessario rispondere alle domande: “Chi sono oggi?”  “Cosa sto vivendo nella mia vita? Cosa mi piace? Cosa mi fa stare bene? E cosa non mi piace e mi mette a disagio?” Se non si trova nulla nel presente si va a pescare nel passato. 
Per rispondere con onestà a queste domande è necessario porre attenzione alle tante “voci” che ci circondano e distinguere le risposte che sono “solo nostre” e quelle di altri: familiari, amici, società, ambienti di lavoro…Si crea così uno spazio di libertà in cui possiamo dialogare con noi stessi. Per orientarsi è necessario essere a contatto con noi stessi, nella consapevolezza della reale situazione in cui ci troviamo. 

Solo così possiamo spostarci nel futuro e chiederci “Chi desidero essere?” “Come desidero trascorrere le mie giornate?”Queste domande comprendono i sentimenti, le emozioni che desideriamo provare nella vita futura, immaginandoci le nostre giornate e con quale stato d’animo desideriamo addormentarci alla sera. 
Scopriremo che la meta è la nostra realizzazione, è sentirci appagati e felici per essere ciò che siamo, nella libertà di esprimerci! 
La meta chiara crea una stella che direziona il nostro cammino di vita e ci orienta nelle numerose scelte che siamo chiamati nel nostro viaggio esistenziale, proprio come succedeva ai marinai di altre epoche, in mezzo al mare, senza tecnologia. 
Quando ho scoperto che orientamento deriva da oriente ovvero dal latino “oriens” cioè nascere, sorgere, ho ricordato la mia esperienza: quando mi sono sentita orientata, ho percepito l’energia della nascita ovvero della vita, l’energia dell’inizio di un nuovo giorno.
Ecco cosa produce l’orientamento. 

In questo periodo sto conducendo un progetto di orientamento per i ragazzi delle classi quarte al Liceo e Istituto Tecnico Curie-Vittorini (nella prima cintura di Torino). Nelle scuole spesso si pensa all’orientamento come un insieme di informazioni che i ragazzi devono ricevere per scegliere. Io, insieme a un gruppo di professionisti, crediamo che prima di ricevere le informazioni, si debba comprendere che cosa significa realizzarsi in quanto individuo fatto di attitudini, talenti, capacità e desideri. Proprio questo mix di conoscenza di sé consente di orientarsi nelle tante informazioni che si ricevono continuamente, non solo in percorsi dedicati.
I ragazzi che stanno partecipando al progetto, si stanno conoscendo e si stanno ponendo importanti domande per la vita. Grazie a Franca Garolini, Stefano Passarella, Lucia Cumino, Anna Galliano, Elisa Trovò, Maria Consiglio, staff capace di desiderare e portare innovazione nella scuola. 

Lo Spirito del Natale

Secondo la tradizione nel giorno di Natale si celebra la nascita di un grande Maestro Spirituale: Gesù di Nazareth, un uomo desiderante per eccellenza.

Un uomo rivoluzionario, disobbediente e nello stesso tempo fedele a se stesso, alla sua natura più profonda, connessa con l’Amore Divino.
Nella sua vita ha detto più volte “Io non sono di questo mondo” e rivolgendosi alle persone “Toglietevi da questo mondo. Chiedete e vi sarà dato!”.

Il suo messaggio è chiaro: desiderate e per ricevere allontanarvi dal mondo che vi propongono. E’ andato ancora oltre dicendo “Il Regno dei Cieli è dentro di voi, è in mezzo a voi” per dire che c’è già tutto, proprio come scopriamo con il desiderare.

Gesù di Nazareth ha molto da insegnarci al di là della religione.
Era un uomo fedele a se stesso, capace di esprimere senza alcun vanto il suo legame con l’Amore Divino e il suo potere, così i miracoli erano all’ordine del giorno.
Sappiamo che le traduzioni dei vangeli non sempre corrispondono al testo originario ma se recuperiamo lo Spirito del Natale scopriamo un uomo “Unico” in quanto Uno con il Divino, in quanto portatore di un messaggio straordinario, fuori da ogni logica.
Possiamo così andare oltre la traduzione e ascoltare con la nostra parte intuitiva, cosa dice alla nostra vita e alla nostra capacità di desiderare.

Nell’ultima formazione sulla costruzione della mappa dei desideri una donna ha parlato di miracoli perché imparare a desiderare, andando all’origine del suo significato, ci consente di connetterci con la dimensione del “Regno dei Cieli” in cui “tutto c’è” e noi, diventando consapevoli, possiamo accedere.
Ciò che si riceve con il desiderare ha il sapore del miracolo: spesso passiamo gran parte della nostra vita a desiderare situazioni con l’idea che siano impossibili e quando si materializzano, ci sorprendiamo.

Lasciamo che lo Spirito del Natale, portavoce del messaggio di Gesù di Nazareth, ci guidi nel comprendere la profondità della nostra natura desiderante e ci conduca ad una vita di miracoli.

Vivere nella Gioia

La gioia è considerata una delle principali emozioni.

E’ ciò che desideriamo vivere ma è anche ciò che conquistata ci sfugge, lasciandoci nella mancanza e nella continua ricerca della sua riconquista.

La gioia è molto di più di un’emozione.
Le emozioni sono transitorie, la gioia è una presenza permanente.

Perché non la percepiamo costantemente? Perché in alcune fasi della vita sembra non appartenerci?

Quando riusciamo a riconoscerci al di là degli avvenimenti e delle persone che ci circondano, quando non siamo interessati a cosa gli altri pensano o dicono di noi, quando siamo oltre i ruoli che ricopriamo, oltre qualsiasi dovere e dover essere, spontaneamente emerge “Io sono”. Sentiamo che questa semplice ed essenziale affermazione arriva dal nostro essere più intimo e profondo. Questa affermazione contiene tutto. Non ha bisogno di altre parole.

Chi ha avuto la possibilità di fare questa esperienza conosce il senso di pienezza di cui è portatrice.

E’ uno stato di presenza in cui non esiste passato e futuro, tutto è nell’attimo che si sta vivendo. Potrebbe sembrare una limitazione della nostra visione, invece in quel presente c’è dilatazione: percepiamo il nostro corpo come solo una parte di noi e siamo immersi in una “sensibilità fine” che ci mette in ascolto con il respiro della vita. Ci accorgiamo che il ritmo del nostro respiro è esattamente il respiro della vita. E’ il respiro di tutto ciò che esiste animato e inanimato, di tutto ciò che non solo percepiamo con i nostri sensi ma di cui percepiamo l’esistenza, attraverso una sottile presenza energetica.

La gioia è uno stato dell’Essere che si espande e vive il suo riconoscimento nella libertà.

Se qualcuno non ha memoria di questo stato, è importante che sappia che può fare questa esperienza, perché ognuno di noi ha nel suo bagaglio il seme della “gioia sapiente”.

La “gioia sapiente” consente di vivere tutta l’esperienza umana attraversando i passaggi della vita, anche quelli più difficili e faticosi, che comprendono la tristezza, la rabbia, la paura, la confusione con la capacità di osservare la bellezza collaterale. Alcuni pensano che in certi momenti della vita non ci sia proprio nulla di bello. Non è così. Anche nei momenti più dolorosi in cui si vivono traumi, lutti, conflitti, separazioni, malattie, se lasciamo che il nostro sguardo si allarghi, ci accorgiamo sorprendentemente che la bellezza non è svanita, è sempre costantemente presente, talvolta collaterale. Attraversare il dolore con uno sguardo che abbraccia tutto quel che c’è nella presenza dell’oggi, significa uscire dalla logica della separazione tipica della nostra cultura occidentale e vivere nella coesione degli opposti. In questo modo facciamo esperienza di un dolore che viene abbracciato dalla “gioia sapiente”, viene accolto e lasciato vivere per quello che è, senza negazione e senza esasperazione. Così avremo la possibilità di sentire la sua trasformazione, perché ogni giorno anche il dolore ha un sapore diverso.

Ogni giorno le emozioni coesistono con la “gioia sapiente”.
Dobbiamo diventare abili a rimanere in contatto con la nostra gioia sapiente.
Va compresa e praticata, confrontandoci con chi è in questo viaggio.

Tutto ha inizio dalla scelta di un percorso di libertà

Non so !

A volte, a fronte di domande che pongo a me stessa o che mi pongono dico “non so”.
Fino a qualche anno fa mi infastidiva non sapere, vivevo questa condizione come una fragilità, poca capacità, insicurezza.
Oggi invece il mio “non so” è lo spazio che io lascio per il sì e per il no, o per una risposta che contempla entrambi, con una parte di sì e una parte di no.

In quel “non so” tutte le possibilità sono aperte.
Mi piace poter dire all’altro che sono in ricerca, che non sono ancora arrivata a una conclusione soddisfacente e che ho bisogno di tempo. Mi piace permettermi di prendere tempo, non essere frettolosa per far piacere agli altri e soddisfare le aspettative.
Rappresenta un momento di sospensione.
Mi ricorda il respiro: una parte di inspirazione, una di espirazione e una pausa a polmoni vuoti.
Della pausa pochi parlano e quasi nessuno ci fa caso, eppure è una parte fondamentale, perché in quell’attimo si consuma tutto l’ossigeno e avviene la rigenerazione del tessuto, creando uno stato di rilassamento.
Il “non so” è rilassarsi, è rigenerarsi laddove sentiamo una tensione nella risposta. Dove c’è tensione non c’è armonia e se non c’è armonia la risposta non potrà risuonare in noi, non sarà adeguata a quel momento.
So che qualcuno considererà questa riflessione comoda, vissuta come l’astenersi dalla responsabilità di una scelta. Sento invece che le scelte vanno fatte solo quando le percepiamo parte di noi, quando siamo così convinti che “non può che essere così”. Diversamente, prendiamoci il tempo necessario per lasciare spazio al nostro intuito.
Assumere la posizione di chi si ascolta non è facile, né comodo, è un investimento affinché il “non so” possa far emergere la nostra personale RISPOSTA.

Perché lasciare la strada vecchia per la nuova?

Gran parte dell’umanità sta nel conosciuto.
Lo sconosciuto è fonte di paura e di ansia, quindi va evitato.
Perché lasciare la strada vecchia per la nuova?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo intenderci sul significato della parola nuovo. Siamo troppo abituati a pensare che la nuova strada riguardi le grandi decisioni della vita: cambiamenti di lavoro o studio, di relazioni, di luoghi. Ma il nuovo sta anche nel vecchio.
Il nuovo è un diverso modo di pensare, di considerare l’altro, un’azione che non abbiamo mai osato compiere, l’esplorazione di un nuovo comportamento. Il nuovo è addentrarci in studi e ricerche che divergono dal nostro usuale e offrirci la possibilità di superare la soglia in cui stiamo comodi, per esplorare il mistero.
Il nuovo contiene sempre il mistero: il non conosciuto, l’oscuro, il nascosto con tutta la sua imprevedibilità. Il pensiero del nuovo ci mette in contatto con la curiosità e quella insita parte umana che desidera superare il confine conosciuto per aumentare la propria conoscenza.
Vorrei portare l’attenzione sul fatto che a volte ci dimentichiamo di poter esplorare nuove strade, compiendo apparentemente piccole variazioni alla nostra vita, variazioni che possono essere la base di cambiamenti anche radicali.
Entriamo nel merito di una relazione di coppia. Il tempo dell’innamoramento, ovvero delle farfalle nello stomaco, è limitato e piano piano subentra la routine e tutto si appiattisce e diventa, come qualcuno dice, vecchio. In quel vecchio abbiamo miliardi di possibilità di ricerca del nuovo, attraverso esperienze che come coppia non abbiamo mai fatto, attraverso domande che non abbiamo mai osato porre, attraverso azioni che divergono dall’usuale. Una donna che ha seguito gruppi condotti da me, qualche giorno fa, mi ha raccontato che è stato molto trasformativo proporre al marito di leggere insieme un libro che hanno cercato, condividendo i loro interessi e trovando un compromesso. Pensava non sarebbe mai stato possibile, considerati i loro diversi gusti e le innumerevoli discussioni che ogni giorno evidenziano la loro differenza. Leggere un libro insieme, impegnandosi a trovare il tempo e a confrontarsi sul contenuto, ha consentito loro di conoscere con profondità il pensiero dell’altro e a cogliere che le differenze non sono così sostanziali, spesso derivano solo da un diverso punto di partenza. Una coppia mi ha raccontato di aver deciso di non accendere la luce elettrica per due giorni, smettendo di usare tutto ciò che è alimentato con elettricità. Le due serate sono cambiate completamente rispetto alla solita quotidianità, e con sorpresa hanno constatato che il tempo sembrava dilatato, le luci e ombre delle candele creavano un’atmosfera così diversa che la casa non sembrava più la stessa e la cena è diventata un’occasione per ridere, raccontarsi e guardarsi, cosa che non facevano da tempo!!
Bisogna però essere onesti con se stessi. Se esplorare il nuovo nel vecchio è stato fatto con impegno, costanza e per un tempo adeguato, senza alcun cambiamento, con una persistenza di malessere; se sentiamo una forte e autentica spinta alla conoscenza, è arrivato il momento di fare una scelta radicale e di addestrarci nel mistero dell’ignoto di questa scelta. Qui incontriamo la paura ma anche il fermento pieno di curiosità. Entrambe le parti coesistono e si alternano, è una fase della vita faticosa e stimolante, che, se vissuta senza negare nulla, può metterci in contatto con noi stessi e offrirci l’opportunità di aumentare la conoscenza di noi e della nostra relazione con il mondo.
Perché lasciare la vecchia strada per la nuova?
Perché sia nelle piccole che nelle grandi scelte noi ci offriamo l’opportunità di incontrare i nostri desideri, che racchiudono la nostra essenza, ci offriamo l’opportunità di muovere e smuovere l’energia del rinnovamento, per creare le condizioni di conoscenza di noi stessi, di ciò che possiamo esprimere e delle relazioni di cui facciamo parte.
Quindi lasciamo la strada vecchia per la nuova in tutte le sue infinite forme.

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