Vivere nella Gioia

La gioia è considerata una delle principali emozioni.

E’ ciò che desideriamo vivere ma è anche ciò che conquistata ci sfugge, lasciandoci nella mancanza e nella continua ricerca della sua riconquista.

La gioia è molto di più di un’emozione.
Le emozioni sono transitorie, la gioia è una presenza permanente.

Perché non la percepiamo costantemente? Perché in alcune fasi della vita sembra non appartenerci?

Quando riusciamo a riconoscerci al di là degli avvenimenti e delle persone che ci circondano, quando non siamo interessati a cosa gli altri pensano o dicono di noi, quando siamo oltre i ruoli che ricopriamo, oltre qualsiasi dovere e dover essere, spontaneamente emerge “Io sono”. Sentiamo che questa semplice ed essenziale affermazione arriva dal nostro essere più intimo e profondo. Questa affermazione contiene tutto. Non ha bisogno di altre parole.

Chi ha avuto la possibilità di fare questa esperienza conosce il senso di pienezza di cui è portatrice.

E’ uno stato di presenza in cui non esiste passato e futuro, tutto è nell’attimo che si sta vivendo. Potrebbe sembrare una limitazione della nostra visione, invece in quel presente c’è dilatazione: percepiamo il nostro corpo come solo una parte di noi e siamo immersi in una “sensibilità fine” che ci mette in ascolto con il respiro della vita. Ci accorgiamo che il ritmo del nostro respiro è esattamente il respiro della vita. E’ il respiro di tutto ciò che esiste animato e inanimato, di tutto ciò che non solo percepiamo con i nostri sensi ma di cui percepiamo l’esistenza, attraverso una sottile presenza energetica.

La gioia è uno stato dell’Essere che si espande e vive il suo riconoscimento nella libertà.

Se qualcuno non ha memoria di questo stato, è importante che sappia che può fare questa esperienza, perché ognuno di noi ha nel suo bagaglio il seme della “gioia sapiente”.

La “gioia sapiente” consente di vivere tutta l’esperienza umana attraversando i passaggi della vita, anche quelli più difficili e faticosi, che comprendono la tristezza, la rabbia, la paura, la confusione con la capacità di osservare la bellezza collaterale. Alcuni pensano che in certi momenti della vita non ci sia proprio nulla di bello. Non è così. Anche nei momenti più dolorosi in cui si vivono traumi, lutti, conflitti, separazioni, malattie, se lasciamo che il nostro sguardo si allarghi, ci accorgiamo sorprendentemente che la bellezza non è svanita, è sempre costantemente presente, talvolta collaterale. Attraversare il dolore con uno sguardo che abbraccia tutto quel che c’è nella presenza dell’oggi, significa uscire dalla logica della separazione tipica della nostra cultura occidentale e vivere nella coesione degli opposti. In questo modo facciamo esperienza di un dolore che viene abbracciato dalla “gioia sapiente”, viene accolto e lasciato vivere per quello che è, senza negazione e senza esasperazione. Così avremo la possibilità di sentire la sua trasformazione, perché ogni giorno anche il dolore ha un sapore diverso.

Ogni giorno le emozioni coesistono con la “gioia sapiente”.
Dobbiamo diventare abili a rimanere in contatto con la nostra gioia sapiente.
Va compresa e praticata, confrontandoci con chi è in questo viaggio.

Tutto ha inizio dalla scelta di un percorso di libertà

Non so !

A volte, a fronte di domande che pongo a me stessa o che mi pongono dico “non so”.
Fino a qualche anno fa mi infastidiva non sapere, vivevo questa condizione come una fragilità, poca capacità, insicurezza.
Oggi invece il mio “non so” è lo spazio che io lascio per il sì e per il no, o per una risposta che contempla entrambi, con una parte di sì e una parte di no.

In quel “non so” tutte le possibilità sono aperte.
Mi piace poter dire all’altro che sono in ricerca, che non sono ancora arrivata a una conclusione soddisfacente e che ho bisogno di tempo. Mi piace permettermi di prendere tempo, non essere frettolosa per far piacere agli altri e soddisfare le aspettative.
Rappresenta un momento di sospensione.
Mi ricorda il respiro: una parte di inspirazione, una di espirazione e una pausa a polmoni vuoti.
Della pausa pochi parlano e quasi nessuno ci fa caso, eppure è una parte fondamentale, perché in quell’attimo si consuma tutto l’ossigeno e avviene la rigenerazione del tessuto, creando uno stato di rilassamento.
Il “non so” è rilassarsi, è rigenerarsi laddove sentiamo una tensione nella risposta. Dove c’è tensione non c’è armonia e se non c’è armonia la risposta non potrà risuonare in noi, non sarà adeguata a quel momento.
So che qualcuno considererà questa riflessione comoda, vissuta come l’astenersi dalla responsabilità di una scelta. Sento invece che le scelte vanno fatte solo quando le percepiamo parte di noi, quando siamo così convinti che “non può che essere così”. Diversamente, prendiamoci il tempo necessario per lasciare spazio al nostro intuito.
Assumere la posizione di chi si ascolta non è facile, né comodo, è un investimento affinché il “non so” possa far emergere la nostra personale RISPOSTA.

Perché lasciare la strada vecchia per la nuova?

Gran parte dell’umanità sta nel conosciuto.
Lo sconosciuto è fonte di paura e di ansia, quindi va evitato.
Perché lasciare la strada vecchia per la nuova?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo intenderci sul significato della parola nuovo. Siamo troppo abituati a pensare che la nuova strada riguardi le grandi decisioni della vita: cambiamenti di lavoro o studio, di relazioni, di luoghi. Ma il nuovo sta anche nel vecchio.
Il nuovo è un diverso modo di pensare, di considerare l’altro, un’azione che non abbiamo mai osato compiere, l’esplorazione di un nuovo comportamento. Il nuovo è addentrarci in studi e ricerche che divergono dal nostro usuale e offrirci la possibilità di superare la soglia in cui stiamo comodi, per esplorare il mistero.
Il nuovo contiene sempre il mistero: il non conosciuto, l’oscuro, il nascosto con tutta la sua imprevedibilità. Il pensiero del nuovo ci mette in contatto con la curiosità e quella insita parte umana che desidera superare il confine conosciuto per aumentare la propria conoscenza.
Vorrei portare l’attenzione sul fatto che a volte ci dimentichiamo di poter esplorare nuove strade, compiendo apparentemente piccole variazioni alla nostra vita, variazioni che possono essere la base di cambiamenti anche radicali.
Entriamo nel merito di una relazione di coppia. Il tempo dell’innamoramento, ovvero delle farfalle nello stomaco, è limitato e piano piano subentra la routine e tutto si appiattisce e diventa, come qualcuno dice, vecchio. In quel vecchio abbiamo miliardi di possibilità di ricerca del nuovo, attraverso esperienze che come coppia non abbiamo mai fatto, attraverso domande che non abbiamo mai osato porre, attraverso azioni che divergono dall’usuale. Una donna che ha seguito gruppi condotti da me, qualche giorno fa, mi ha raccontato che è stato molto trasformativo proporre al marito di leggere insieme un libro che hanno cercato, condividendo i loro interessi e trovando un compromesso. Pensava non sarebbe mai stato possibile, considerati i loro diversi gusti e le innumerevoli discussioni che ogni giorno evidenziano la loro differenza. Leggere un libro insieme, impegnandosi a trovare il tempo e a confrontarsi sul contenuto, ha consentito loro di conoscere con profondità il pensiero dell’altro e a cogliere che le differenze non sono così sostanziali, spesso derivano solo da un diverso punto di partenza. Una coppia mi ha raccontato di aver deciso di non accendere la luce elettrica per due giorni, smettendo di usare tutto ciò che è alimentato con elettricità. Le due serate sono cambiate completamente rispetto alla solita quotidianità, e con sorpresa hanno constatato che il tempo sembrava dilatato, le luci e ombre delle candele creavano un’atmosfera così diversa che la casa non sembrava più la stessa e la cena è diventata un’occasione per ridere, raccontarsi e guardarsi, cosa che non facevano da tempo!!
Bisogna però essere onesti con se stessi. Se esplorare il nuovo nel vecchio è stato fatto con impegno, costanza e per un tempo adeguato, senza alcun cambiamento, con una persistenza di malessere; se sentiamo una forte e autentica spinta alla conoscenza, è arrivato il momento di fare una scelta radicale e di addestrarci nel mistero dell’ignoto di questa scelta. Qui incontriamo la paura ma anche il fermento pieno di curiosità. Entrambe le parti coesistono e si alternano, è una fase della vita faticosa e stimolante, che, se vissuta senza negare nulla, può metterci in contatto con noi stessi e offrirci l’opportunità di aumentare la conoscenza di noi e della nostra relazione con il mondo.
Perché lasciare la vecchia strada per la nuova?
Perché sia nelle piccole che nelle grandi scelte noi ci offriamo l’opportunità di incontrare i nostri desideri, che racchiudono la nostra essenza, ci offriamo l’opportunità di muovere e smuovere l’energia del rinnovamento, per creare le condizioni di conoscenza di noi stessi, di ciò che possiamo esprimere e delle relazioni di cui facciamo parte.
Quindi lasciamo la strada vecchia per la nuova in tutte le sue infinite forme.

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